Ti cerco.

Il mio disco, a quanto pare, si chiamerà Bomboclattismo.
A dire il vero, e non che di solito dica il falso, ho messo su Instagram, e di conseguenza su Facebook e sul mai pervenuto Twitter, una copertina.
Probabilmente, sarà la copertina definitiva.

Ma è facile che cambi idea, prima di passare alla pubblicazione, che tra l’altro avverrà su vinile e non più su CD, contrariamente alle 500 copie numerate e mai più ristampate di “Fare l’amore in tutti i laghi mette in pericolo”, andate vendute senza alcuna promozione, anche perché allora ero con un’etichetta che si occupava esclusivamente di remarmi contro.
Da quest’etichetta, non mi arrivarono nemmeno gli introiti derivati dalle vendite online, che furono anche buone, considerando il fatto che fossi uno sconosciuto totale.

Ma ero un’altra persona, per certi aspetti, rispetto a oggi.
Ero assolutamente ingenuo e sprovveduto.
Avevo deciso di registrare un EP solamente perché nessun interprete, a parte Toto Cutugno, che però non ha mai ufficializzato con una registrazione definitiva, si era dimostrato deciso ad inserire un mio pezzo da qualche parte.
Memorabile, a tal proposito, una cena con un autore che mi definì inutile.
Bene. Non mi ricordo il testo di una sua canzone che sia una, ma non mi importava nemmeno mentre era intento a giudicare il mio lavoro.

Solo Enzo Jannacci apprezzava quello che avevo fatto, ai tempi di “Fare l’amore in tutti i laghi mette in pericolo” così come per “Una volta sola”, mentre Lucio Dalla ha ostracizzato un po’ la mia uscita, definendola mediocre.
Stranamente, perché nel Duemila voleva che andassi a cantare a Sanremo, e io gli dissi no.
L’anno dopo, mandammo all’Ariston Stefano Ligi.

Le ragioni del mio no, secco e categorico, erano dettate dal fatto che non mi sentissi in grado di salire su un palco a recitare o a cantare, nonostante Lucio insistesse, a volte in modo incessante.
Solo su una cosa, a distanza di anni, sto iniziando a dargli retta: scrivere.
Anche perché io vorrei, se potessi, dedicarmi solo a quello.

Ma ora come ora, anche se lo volessi con tutte le mie forze, non potrei.
Nessuna casa editrice crederebbe mai in un mio progetto, e ancora meno in un libro.
Allora vado avanti così, ma solo finché non diventerà proibitivo.
Potrei smettere anche domani, e comunque ho nel cassetto un paio di scritti che potrebbero definirsi libri.
Sono bloccati dal 2012, e dubito fortemente di aprire il cassetto della scrivania.
Anche perché sono dislocati in un paio di scrivanie, ed sono rimasti sotto chissà quanti documenti.

Nel mio essere periferico, sono anche molto centrale, per determinate faccende e decisioni.
Non è più un mistero.
Da qui, l’avere Cinque scrivanie sparse in Tre case, e la montagna di documenti di ciò che gira intorno al mio lavoro, o ai miei diversi lavori.

Perché ho sempre diversificato, altrimenti avrei potuto tranquillamente dimenticarmi di vedere tutte le mostre che voglio, di andare dove voglio e come voglio.
Avrei potuto avere un figlio. Ma con chi?

Non voglio nessuno, nessuna.
Anzi, più passa il tempo, più preferisco dedicarmi alle cose che mi interessano, a patto che continuino a interessarmi, per riallacciarmi al discorso di cui sopra.
Ogni cosa che si trasformi in obbligo, se è un obbligo verso me stesso, mi annoia.

E io fuggo dalla noia, da sempre.
Su questo dettaglio, tra i vari condivisi, sono un fratello di Lucio.
Quindici anni di lavoro insieme, e di amicizia, si spiegano così.

Detto questo, oggi è il 6 marzo 2018, ed è da un anno che sto lavorando sul mio disco.
Avevo scritto un testo che si chiamava “Ti cerco”, ma non mi convinceva mai.
Era il contrario di quello che sono oppure, più semplicemente, doveva maturare.

Penso che soltanto Bigazzi impiegasse mesi e mesi a scrivere un testo, ma io non mi paragono ad altri autori, perché sono un autore sui generis, un musicista sui generis e sono lontano da tutto.
Anche se, questo disco che uscirà segnando la prima volta ufficiale per un disco di Nove pezzi totalmente mio, parlerà di cose di cui non ho mai voluto parlare.

Forse, quella che parla meglio di alcune cose mai toccate, è “Ti cerco”.
È la prima canzone che ho pensato, ed era l’ultima da tirar fuori.
Ho ribaltato ancora la situazione, decidendo di tirarla fuori per prima.

Dopo Pasqua, quindi, uscirà questa novità, in un momento lontano da ogni volontà personale di apparire.
Fosse per la mia volontà, scomparirei volentieri e azzererei la mia presenza fisica, ma non è una cosa del tutto possibile.

Non è malessere, o tristezza, o depressione.
È un atto di rivolta verso l’eccesso di presenzialismo generalizzato, che vedo ovunque.

Sui Social, soprattutto.
Vorrei essere lasciato in pace, vivere senza farmi notare in prima persona, solo attraverso quello che faccio.
Ma non se lo può permettere nessuno, e poi sono troppo curioso per sottrarmi alla realtà, soprattutto alla condivisione.

E se non condividi, non esisti.
Se osservi e basta, sei uno studioso.
Io mi reputo un ignorante, e non per sentirmi dire che non sia vero.

E sono costretto, comunque, a vivere in un mondo lontano da me.
Milano, in particolare, non mi corrisponde più.
L’Italia, in generale, forse la sto solo sopportando.
Ad eccezione di quando sono in determinate zone, dove esistano persone disinteressate e amici veri.
A Reggio Calabria succede questo, ma non posso fermarmi solamente lì.

Devo continuare a esplorare, anche perché mi sta andando tutto molto stretto, senza aver cambiato taglia.

“Ti cerco”, forse, parla di questo.

Forse.

Enzo Bollani | Diaria N.24

Milano, 6 marzo 2018.

 

l’Arengario di Milano, nel video di “E ti vengo a cercare”, di Franco Battiato. 1988.

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