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Il Segno di un Sogno

Aldo Mondino | Turcata. 2000. Olio su tela.

“Lo sai che più si invecchia, più affiorano ricordi lontanissimi? Come se fosse ieri…”

Questo è l’incipit di “Che cosa resterà di me”, pezzo reso noto da Gianni Morandi nel tour e soprattutto nel disco DallaMorandi, ma firmato da Battiato e riconoscibilissimo.
Un capolavoro passato un po’ in sordina, come inevitabilmente accade a chi è abituato a scrivere canzoni diverse dalle solite che siamo abituati a subire, ma sempiterno nei contenuti.
Ha appena compiuto Trent’anni, ma parla dritto a quella sfera incommensurabile e tenuta sotto chiave, che è quella dei ricordi, delle emozioni e soprattutto di tutto ciò che è alla base della formazione di ognuno di noi.

È giusto sottolinearlo, ma è chiaro che Battiato sia un mistico, quasi uno sciamano, anzi, uno sciamano vero.
Anche con la chitarra in mano, ma più spesso sul tappeto, ed è l’unico a raccontarci qualcosa e a raccontarsi nello stesso modo in cui si svolge la narrazione nei Cahiers du Cinema.
Senza un filo logico, apparentemente.

Parlare di chi ha messo su casa tra Russia e Cina, dei Buddha che vanno sopra i comodini, dell’emanciparsi dall’incubo delle passioni, non è cosa da tutti.
In America non esiste un solo autore che si avvicini a questi livelli di espressione, a questo livello di Arte.

È indubbio che Franco Battiato sia però così potente nel messaggio, e nel linguaggio, da arrivare anche a chi non può capirlo, forse più di quanto arrivi a chi pensa di averlo capito.

Di persona, l’ho incontrato solo una volta, a casa di Lucio Dalla, che tutti sappiamo fosse molto più di un amico, per me: un fratello.
Era il 1998 ed era la prima volta che prendevo un aereo per andare in Sicilia, peraltro di nascosto, perché mi ero simulato a Taggia e avevo la copertura netta di mia nonna, oltreché l’assenza quasi totale di telefonini.
Ne avevo uno, ma mia madre non lo doveva sapere.
“Mia madre” solo per citare Alghero e Giuni Russo, perché con certi elementi non ho nemmeno una goccia di sangue in comune.

Fatto sta che scesi a Catania, partendo da Genova, che ho sempre considerato la Città del Futuro, senza sapere che Ivano Fossati avesse sempre indicato Milano come tale, ma è indubbio che lo sia Genova, in tutto e per tutto.
Quando arrivai a Taormina, ci fu qualcosa di simile a uno shock.

Stavo disegnando la bozza di un quadro, che non ho mai realizzato.
Nemmeno la bozza è mai stata ultimata, e venne interrotta nel 2002, anno che peraltro cancellerei dalla carta geografica, dal calendario e dalla mia esistenza.
Poi, un giorno, dirò perché.

Successe che mi trovai di fronte a un paesaggio identico a quello che stavo disegnando, e che consideravo astratto, irreale.
Rimasi malissimo, ma soprattutto entrai in una specie di estasi, o di trance.
Non sapevo nulla di me: non sapevo di avere un padre ebreo, di essere per metà emiliano, nonostante Lucio mi continuasse a dire che avevo tutte le caratteristiche di un emiliano, lunghe da elencare qui e ora.
Non sapevo di avere una percentuale isolana e del più profondo Sud, ossia di Reggio e Catania, mescolata per via del terremoto del 1908 ma forse già presente da prima.
Insomma, avevo solo una nonna complice, fuggita dagli orrori dell’Istria e della guerra, delle Foibe di cui poco si parla, e finita in moglie a un pezzo grosso delle Ferrovie dello Stato, complice di traffici loschi nella tratta Genova – Ventimiglia, temuto da tutti ad Arma di Taggia e a Sanremo, custode di segreti di Stato.
Custode persino di una parte di segreti sulla morte di Luigi Tenco, che tra l’altro avvenne tra Sanremo e Arma di Taggia, a Bussana.
Nessuno lo sa.

Nessuno lo può dire, ma ormai di segreti non ce ne sono più, e comunque io non c’ero nemmeno nei più remoti pensieri, quindi lascio aperta la porta a ogni eventuale beneficio del dubbio.
Lucio invece sapeva molto, e si è portato addosso un segreto inconfessabile, per evitare che la sua carriera finisse nel 1967.
E comunque, Lucio, non poteva farci niente.

In quel caldo torrido e nel vizio di vestirmi di nero di quell’estate del ’98, vidi quel paesaggio della Sicilia Orientale come un messaggio, e soltanto Diciannove anni dopo avrei capito, avrei concluso qualcosa di quel quadro che è all’origine di ciò che sono e che sarò per questa vita in corso d’opera, e che dai Bollani mi è stato tenuto nascosto.

A completare l’opera, i tornanti per salire a Milo, con quel genio indiscutibile che ancora non conoscevo abbastanza, e che non potevo apprezzare come apprezzo oggi, e con Lucio che non sapeva guidare in modo decente, ma divertiva come se si stesse andando con un bob in salita.
Anche perché quella Daimler verde british racing green non teneva la strada nemmeno in salita, ed era il suo bello, di berlina di fine anni Sessanta ancora in commercio fin quasi ai Duemila.

Battiato era vestito da gelataio misto dervisho, ma non so quale fosse il tasso di normalità su quel veicolo che saliva di sbieco, in un paesaggio che avevo solo sognato e disegnato.

Enzo Bollani | il Sabato Bollanico

Milano, 24 febbraio 2018.

Posted in Il Sabato Bollanico

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