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La forza del Destino

Bologna | Palazzo Re Enzo. 1961.

Bisogna trovare la forza, a costo di inventarsela.

Oggi è sabato 17 febbraio, e un anno fa esatto uscivo da una Undici giorni al Policlinico, a Milano, dove sono stato salvato per un capello.
Apposta li ho fatti crescere e tinteggiare, anche per migliorarne la presa, in caso di cadute.
Della questione ne ho parlato così tanto, e così poco, che quasi non mi va più di parlarne.

Posso solo dire che sia stata una svolta, non una vera rinascita.

Anche se il 7 febbraio è il mio secondo compleanno, non festeggiato.
Non è che sia uscito di lì chissà quanto diverso da prima, chissà quando devoto alla vita.
E poi, chi se ne frega?

Ho continuato a fare schifo come prima, a non avere rispetto per il fatto che non sia una macchina, un oggetto, ma una specie di persona che avrebbe bisogno di ritmi normali.
Ho continuato a non avere orari e a non avere alcun tipo di rispetto per me, se non sulla facciata e su quanto possa concernere la perfezione, l’ordine e l’essere perennemente pronto all’uso, come si suol dire.
Scherzosamente, prima che vi facciate strane idee, che già circolano… E pesano.

Sono sul punto di muovere una guerra, infatti, ma è una delle cose che non mi sento troppo di dover fare, perché oggi, come nel 2013, preferisco il silenzio.
Allora ero al di fuori di un trittico di perdite che non ho ancora smaltito come avrei dovuto, ammesso che una perdita si smaltisca.

Come fai a smaltire una cosa che non c’è?
Se è persa, non esiste più.
Esiste il peso dell’assenza, al massimo.
E quella la togli solo con una lobotomia.

Nel 2013 stavo oggettivamente male, e lo sapevo benissimo.
Mi sono rialzato casualmente, con l’idea delle Biciclette, arrivata nello spazio di un lampo, mentre un giornalista del Corriere mi intervistava, per telefono, alla fine di luglio.
Rinunciai a baccagliare anche una ragazza bellissima che si era seduta quasi di fronte a me, per spiegare a questo giornalista che cosa avrei fatto, andando a braccio ma con la persuasività di non so quale pianeta.
E lei mi guardava perché, come al solito, non cedevo alla sciatteria che imperversa appena il termometro va su.

Avevo salutato Lucio, un anno prima, poi una persona che pare sia importante, a Parigi, e che sarebbe quella che mi ha fatto uscire a 7 mesi tirati.
Poi toccò a Enzo Jannacci, di cui parlo pochissimo, e non so nemmeno io il perché.
So solo che c’era un rapporto eccezionale, e che quella è stata un’altra botta allucinante.

Non so se sia così contento di essere ancora qui, perché non mi va più niente.
E se fosse depressione, la curerei.
Non è un tubo di niente. Sono troppo al di sopra, per essere depresso.
Tra l’altro, sono troppo impegnato e ho sempre qualcosa che mi spinga fuori, ma ne ho le palle piene e, soprattutto, sono incazzato nero.

Quand’è che mi si è sentito pronunciare queste parole? Mai.
Quand’è stata l’ultima volta che le ho scritte?
Non esiste.
Non sono mai stato portato a questi livelli, e siccome non so essere passivo in alcun argomento della “vita”, è chiaro che il mio modo di essere, il mio modo di essermi costruito e il mio DNA smuovano qualcosa che sia molto più raffinato di una semplice guerra.
L’aggravante è che fatico a fidarmi delle persone che dovrebbero lavorare con me, eccettuandone solo alcune, e soprattutto di chi mi deve ancora molti soldi, di chi ha approfittato della mia professionalità, che è alta. E pochi sappiamo quanto.

So solo che, senza di me, certi eventi da milioni di Euro non si sarebbero potuti fare.
Ho tutte le prove e le carte per dimostrarlo, ma lo sa anche chi prova a fare speculazione su di me, su quanto ho dato.
Non sono fantasticherie, e nemmeno moti di gloria o volontà di vanto.

Oggi, mentre c’è persino una pazza mentecatta che mette in giro voci negativissime sulla mia persona, sparando temi come l’AIDS che naturalmente non ho, sono qui a resistere e a percorrere centinaia di chilometri per un amico.
Con quale forza diffamatoria si diffondono simili falsità su una persona?
Anche perché, tra parentesi, che vita ho?
Non ho nessuno, e non voglio nessuno, e ancora meno ho tempo e voglia di avventure. Tra parentesi. Quadra.

Allora, oggi, in un angolo nascosto, come quel terribile 4 marzo 2012, dove ero in mezzo ai giornalisti che speculavano sulla notizia e un altro povero mentecatto saliva sul palco a recitare male una canzone non sua, per poi dire cose false a tutti i giornali di gossip, mi trovo a salutare Bibi Ballandi, mio primo datore di lavoro, esempio massimo, grande amico e persona di cui fidarsi.
Mi ha insegnato tutto, e continua a insegnarmi.
Questa è la forza della Fede perché lui, più di me, ha sempre trovato una guida nella Fede, e soprattutto senza esserne schiavo.

Una figura come quella di Ballandi dovrebbe essere presa da esempio, e bisognerebbe renderla pubblica, dopo i decenni spesi dietro le quinte della Cultura popolare italiana.

Se sono ancora qui, oggi, è perché ho avuto in persone come Bibi Ballandi i miei riferimenti.

E devo andare avanti.
Anche se costa molto.

Enzo Bollani | il Sabato Bollanico N.11

Baricella, 17 febbraio 2018.

Posted in Il Sabato Bollanico

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