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Cantare

Una certezza su tutte: io non so cantare.

Così come non so parlar d’amore, ma di questo argomento ne ha già parlato Mogol, per bocca di Adriano Celentano, che invece sa cantare.
E anche molto bene.

Quando iniziai ufficialmente a lavorare nello Spettacolo, a 18 anni, ero con Adriano Celentano, Mogol e Gianni Bella, e avevo un ruolo di responsabilità a dir poco esagerato, per l’età anagrafica che avevo. Ero segretario di produzione e, in più, finii persino per andare in onda.
Il giorno dopo, Celentano mi ringraziò.

Vi rendete conto? Io no.
Mi accorgo solo ora, a distanza di 18 anni: venne lui a stringermi la mano, con il suo modo di fare.
Lo stesso dei film con i quali sono cresciuto.

Della sua discografia, nel 1999, conoscevo pochissimo.
Non sono mai stato fan di qualcuno, e non per mancanza di affettività, ma perché volevo rimanere oggettivo.
E sono riuscito ad esserlo, fino a prova contraria.

Fino a penalizzarmi, da solo, quando una parte del mio cervello, senza l’autorizzazione del Super Ego, di quel censore che in teoria abbiamo tutti, decise che dovevo cantare.

Mai aperto bocca prima, mai fatto il cretino a un karaoke, mai suonato il clarino in pubblico.
E quella rimane una cosa che non ho fatto, nemmeno per sbaglio.

Ho imparato da solo, nel 1993.
Quando iniziai ad andare a Bologna.
Ed è sempre a Bologna che, nel 1997, ho conosciuto Lucio Dalla.
Un altro che ha imparato a suonare da solo.

Sia chiaro: io non ho suonato il clarino nemmeno nel mio primo e, fin qui, unico disco. Che poi è un EP, di 5 pezzi.

Il sax ho iniziato a prenderlo in considerazione dopo.
Dopo che Amedeo Bianchi, sassofonista eccezionale, raccomandatomi dal mio amico Franco Nisi e già da un ventennio sax di Venditti, mi era sembrato troppo da musica italiana triste, per quello che volevo fare io.

Io, che ascolto i Cameo, il G Funk, Grandmaster Flash e tutta quella stirpe che in Italia non si fila nessuno, finivo a volte per essere messo all’angolo, in studio di registrazione.
Io, che ero anche il produttore, oltreché l’autore, sia della musica, sia dei testi.
Vi rendete conto? Io no.
Almeno fin qui.

Chissà perché, molto spesso, i turnisti debbano soffrire di complessi di inferiorità congeniti.
Quando registrai “Fare l’amore in tutti i laghi mette in pericolo” non lo capivo.
Ora lo so.

Mi sembravano troppo basici i perché da capire, ma sono effettivamente basici, raso terra.
Quasi sempre, è tutto molto più semplice di quello che è.
O di quello che sembra.

Ora, che sto producendo il mio nuovo disco, con un autodidatta di talento come Yazee, la musica è diversa.

Non so nemmeno io perché debba produrmi, perché debba “fare musica”, accostamento di Due termini odioso e presuntuoso, figlio della mediocrità imperante.
Ma so che devo impegnarmi anche su questo fronte, oggi più di prima.

Anzi, oggi. Perché prima non è che fossi così cosciente, ed ero soprattutto appagato dall’impegno dietro le quinte, con colossi inarrivabili, come Lucio, come David Bowie, come tutti quelli che ho conosciuto.

Non avevo alcuna necessità di mettermi in prima linea.
Nemmeno quando fu Dalla stesso a chiedermelo, nel 2001, dopo che inviammo Stefano Ligi a Sanremo, con un anno di ritardo.
Forse ci rimase male, o forse un po’ faceva finta.
Ma io non potevo andare a cantare cose finte, pur con tutto il rispetto che ho per gli interpreti.
Come avrei potuto interpretare, senza essere un cantante?

Più che umiltà o timidezza, era realismo.
Anche se avrei potuto essere reale e all’altezza anche senza prendere una nota nemmeno per sbaglio.
Cosa che non sapremo mai.

Ora, che torno a registrare e che ho persino deciso di cantare in pubblico, tutto si può dire, meno che non lo abbia detto.

Ma non mi ricordo più di cosa stessimo parlando.

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